[Analysis in translation] Lucien van der Walt, 2015, “Dal Salario Di Esistenza Al Contropotere Della Classe Lavoratrice”

Italian translation of  Lucien van der Walt, 2015, “From Living Wage to Working Class Counter-power,” South African Labour Bulletin, volume 39, number 2, pp 35-39 which you can get here. This translation is from anarkismo.net

Dal Salario Di Esistenza Al Contropotere Della Classe Lavoratrice

Lucien van der Walt, 2015, South African Labour Bulletin, volume 39, number 2, pp 35-39

Pur facendo parte della lotta, il salario di esistenza in sè non dovrebbe esserne il fine, bensì dovrebbe essere collegato alla più ampia lotta della classe lavoratrice per costruire quel contropotere che rovesci l’esistente struttura di potere.

IL SISTEMA SALARIALE

Il sistema salariale è il cuore della subordinazione della classe lavoratrice nel suo senso più ampio: i lavoratori, le loro famiglie, i disoccupati. Non possedendo nè indipendenti mezzi di esistenza -per esempio terreni o macchine produttive- nè potere di governo – per esempio una reale capacità decisionale- la classe lavoratrice è costretta a lavorare per un salario, per poter sopravvivere.

Anche coloro che non hanno un lavoro salariato dipendono, tramite i legami familiari, da coloro che hanno un lavoro dipendente; i disoccupati sono, soprattutto, lavoratori senza lavoro. In questo senso, la classe lavoratrice è composta da “schiavi del salario”: ma diversamente dagli schiavi acquistati dai loro padroni, gli schiavi salariati devono cercarsi i loro padroni a cui vendersi all’ora.

Dal momento che i salari sono inferiori al livello del prodotto dei lavoratori, costoro vengono sfruttati tramite il sistema salariale: essi vengono pagati meno del valore di ciò che producono, mentre il plusvalore va ai datori di lavoro.

Questi datori di lavoro sono lo Stato, comprese le aziende di Stato e l’esercito, gli imprenditori privati, specialmente le grandi imprese, ma anche i piccoli imprenditori. I grandi imprenditori costituiscono una classe di governo, proprietari dello Stato e del capitale, compreso il capitale di Stato, insieme alla classe dirigente politica e militare.

Lo sfruttamento è strettamente collegato ad un più ampio sistema di dominio – a livello economico, culturale, politico- esercitato dalla classe dominante -cioè coloro che controllano i mezzi di amministrazione, coercizione e produzione- sulle spalle dell’insieme delle classi popolari. Oltre la classe lavoratrice (ampiamente intesa), le classi popolari comprendono i contadini (le piccole famiglie di agricoltori, sfruttati tramite gli affitti, le tasse ed i monopoli).

E’ attraverso due strutture piramidali che la classe dominante – una piccola minoranza- ha concentrato il potere e la ricchezza nelle sue mani: queste strutture piramidali sono lo Stato (incentrato sui managers di Stato: le classi dirigenti politiche e militari) e le imprese (incentrate sui capitalisti privati), che lavorano insieme. La lotta per salari più alti è, in breve, una lotta contro la classe dominante.

SALARIO MINIMO VS SALARIO DI ESISTENZA

Un salario minimo è un salario al di sotto del quale non si può andare nella retribuzione di un lavoratore. Lo si potrebbe applicare a settori specifici – per esempio l’agricoltura – o a lavori specifici- per esempio l’insegnamento.

E’ meglio avere un salario minimo che non averlo, dal momento che esso costituisce una “soglia” sotto la quale i salari non possono scendere. Ovviamente, gli imprenditori – di Stato e privati – preferiscono non dover pagare salari minimi; perchè limitano il loro potere.

Ma il salario minimo non è la stessa cosa di un salario di esistenza, ed il movimento dei lavoratori dovrebbe lottare per salari di esistenza, invece che per salari minimi.

Il salario minimo è un salario che permette a chi fa parte della classe lavoratrice di poter vivere con dignità e giustizia.

Il salario minimo è un salario che coniuga i bisogni della classe lavoratrice -non solo quelli di sussistenza (i costi del vivere) con i più ampi bisogni sociali e culturali, dando così dignità all’esistenza. Esso dovrebbe essere situato a livelli che rimuovano, il più possibile- le divisioni interne alla classe lavoratrice – cioè fare in modo che vengano realizzati quei bisogni politici che formano l’unità della classe lavoratrice contro ogni forma di oppressione.

E dal momento che gli scopi del salario di esistenza portano la classe lavoratrice allo scontro diretto con l’ordine sociale esistente, la lotta per il salario di esistenza deve stare all’interno della battaglia per cambiamenti radicali.

I salari minimi, laddove esistono, vengono di norma posti ai livelli più bassi della sussistenza necessaria (cibo, un riparo, abiti, ecc), convenienti per i datori di lavoro. Nella maggior parte dei casi, i salari minimi si collocano al di sotto dei minimi sindacali e delle richieste dei lavoratori. A causa dell’inflazione e dei costi crescenti, i salari minimi perdono in termini di valore reale, consentendo ai datori di lavoro di poter tagliare effettivamente i salari al di sotto della soglia di sussistenza.

E mentre ai lavoratori viene continuamente detto di confrontare i loro salari con quelli dei lavoratori di altri paesi, non vi sono soglie di salario minimo che possano limitare i profitti degli imprenditori.

UN SISTEMA SALARIALE DALL’ALTO

Gran parte del problema con il salario minimo sta nel come viene stabilito – al livello di convenienza per i datori di lavoro (Stato compreso), più il calcolo del minimo “paniere” possibile dei costi di sussistenza.

Normalmente il calcolo viene fatto in un modo che innanzitutto sottostima i bisogni finanziari dei lavoratori ed il secondo luogo limita il calcolo ai parametri più bassi di sussistenza, al più basso costo possibile di vita.

Non esiste un solo modo per calcolare il salaRio minimo, ma i calcoli sono sotto il controllo degli Stati e degli altri datori di lavoro, che si affidano a specialisti a tempo-pieno -commercialisti, lobbisti, negoziatori- mentre ai sindacati manca questa capacità di controllo.

Questo è il contesto in cui viene fissato dai governi un salario minimo in genere al di sotto dei livelli richiesti per una sussistenza di base.

SALARIO DI ESISTENZA, DAL BASSO

Il salario di esistenza è qualcosa di molto più radicale. Innanzitutto, esso comporta una stima molto più generosa dei bisogni di base per la sussistenza – non limitarsi solo allo sfamarsi o all’allontanarsi dall’indigenza.

In secondo luogo, il salario di esistenza riconosce che i bisogni dei lavoratori non sono semplicemente il cibo ed un ricovero. Le persone hanno anche bisogni sociali (per esempio, la possibilità di partecipare alla società, con dignità, senza esclusione, senza barriere) e bisogni culturali (per esempio, poter passare del tempo con la famiglia, tempo per divertirsi, tempo per istruirsi e per migliorarsi).

Il salario minimo viene attualmente stabilito grettamente e prioritariamente negli interessi dei datori dei lavoro: vale a dire che sono prioritari i bisogni della classe dirigente, la quale beneficia del sistema di sfruttamento salariale.

In quanto parziali, i calcoli fatti dall’alto da e per la classe dominante, dovrebbero essere sostituiti con una politica salariale dal basso: dovrebbe essere invece la classe lavoratrice a definire i livelli di salario necessario. Anzichè affidarsi ai calcoli dello Stato e degli imprenditori su quali siano i bisogni “di base”, la classe lavoratrice dovrebbe stabilire -tramite forum, campagne e mobilitazioni- il salario di esistenza necessario.

Si dovrebbero poi fare forti campagne per la sua adozione, ed imporlo nei denti dell’opposizione della classe dominante. La situazione per cui i calcoli sul salario sono un affare riservato ad un piccolo gruppo di esperti -sia dentro i sindacati, ma soprattutto nello Stato e nelle imprese- deve finire.

GIUSTIZIA, UNITA’, UGUAGLIANZA

In terzo luogo, stabilire il livello del salario di esistenza richiede anche di prendere in considerazione le più ampie questioni dell’uguaglianza e della giustizia. La società non è solo fondata sulla divisione tra classi, ma è anche divisa all’interno della classe, lungo linee razziali, di nazionalità e di genere.

Queste divisioni comportano, ad esempio, che i lavoratori immigrati percepiscono salari più bassi, in generale, rispetto agli altri lavoratori, vengono utilizzati per i lavori peggiori e devono affrontare problemi che gli altri lavoratori non devono affrontare – per esempio, il pregiudizio popolare e il terrorismo della polizia nei confronti degli immigrati in quanto tali. La stessa cosa si può dire per la situazione delle donne lavoratrici, delle minoranze, dei lavoratori rurali, ecc.

Questa situazione di disparità viene a volte mal interpretata come un sistema di “privilegi”, poichè un gruppo della classe lavoratrice (ad esempio, i lavoratori autoctoni) sarebbe “privilegiato” in quanto trattato in qualche modo meglio di un altro gruppo (ad esempio, i lavoratori immigrati).

Ma il problema con la teoria del “privilegio” è che la disuguaglianza tra due gruppi nuoce agli interessi dell’intera classe lavoratrice; primariamente porta benefici alla classe dominante, in quanto divide la classe lavoratrice, indebolisce i sindacati, confonde le persone su quale sia l’origine dei loro problemi, aumentando il tasso di sfruttamento.

Per esempio, due gruppi di lavoratori – immigrati ed autoctoni – si contrappongono l’un l’altro, come se fossero nemici. Eppure non c’è nulla da guadagnare per i lavoratori autoctoni se gli immigrati vengono terrorizzati dalla polizia perchè sono immigrati; non è un “privilegio” essere ugualmente terrorizzati, ma ad un tasso inferiore.

Non è un “privilegio” per i lavoratori autoctoni percepire salari appena più alti di quelli degli immigrati, oppure essere sfruttati un po’ di meno: al contrario, questa situazione costringe i lavoratori autoctoni -essi stessi già duramente sfruttati ed oppressi- a competere con gli immigrati per il lavoro accettando salari più bassi e a maggiore sfruttamento. IL che apre le porte alla ‘xenofobia’, che salva la classe dominante, mentre la classe lavoratrice si lacera.

Perciò, il salario di esistenza deve anche assicurare uguagliaza e giustizia. Il salario di esistenza deve puntare a salari uguali, a riparare gli errori del passato, ad unificare i livelli salariali, in quanto lotta contro le specifiche forme dell’oppressione riscontrabili lungo le linee del genere, della razza e della nazionalità, una lotta per diritti uguali ed uguale trattamento -un movimento di classe contro tutte le oppressioni, non una politica individualistica del “bada al tuo privilegio”.

Questo approccio universalista contribuisce a colmare le divisioni interne alla classe lavoratrice – così, la rivendicazione per il salario di esistenza può contribuire a soddisfare la necessità politica di unità della classe lavoratrice, superando una miriade d forme di divisione e di oppressione, con una lotta comune.

GLOBALIZZARE DAL BASSO

In effetti, conquistare lo stesso livello salariale per tutti i lavoratori in un certo settore significa rimuovere la pressione al ribasso di salari già ultra-bassi di un settore di lavoratori, significa unire i lavoratori su una comune piattafforma di rivendicazioni, elaborate insieme, per sfidare direttamente i problemi specifici che devono affrontare i settori più oppressi. Questa lotta in sè contribuisce a forgiare unità, a superare le divisioni.

Questo stesso principio necessita di espandersi nelle industrie, quale modalità per rimuovere le stesse disparità all’interno dell’economia; di colmare il gap tra lavoratori a tempo-pieno e lavoratori precari, quale mezzo per portare i lavoratori in un mercato del lavoro unico ed a condizioni dignitose; e di essere globalizzato, quale mezzo per rimuovere le stesse disparità tra i paesi.

Cioè, la rivendicazione per il salario di esistenza dovrebbe puntare ad un salario di esistenza universale ed in definitiva internazionale – quale parte di un progetto dell’unità di classe. E dal momento che la rivendicazione per il salario d’esistenza richiede campagne ed iniziative, occorre anche la solidarietà internazionale per contrastare politiche ed idee divisive.

OLTRE IL MONDO DEL LAVORO

I livelli salariali sono disegnati, in ultima analisi, dai rapporti di forza – non dal costo della vita o dalle condizioni del mercato del lavoro. Dunque, conquistare il salario d’esistenza richiede una diffusa mobilitazione ed una formazione dal basso della classe lavoratrice.

Senza forti organizzazioni dei lavoratori – soprattutto, sindacati efficaci e democratici – i livelli salariali non possono migliorare. Un miglioramento dei salari non verrà mai da appelli rivolti alla coscienza dei padroni, o attraverso la legge. Dipendono invece da azioni di lotta fondate sull’organizzazione popolare, scioperi compresi.

Il che richiede organizzazione oltre il mondo del lavoro. E’ necesssario costruire alleanze con altre componenti della classe lavoratrice, compresi coloro che vengono colpiti dagli scioperi o da altre azioni. Per fare questo, è essenziale collegare le lotte sul posto di lavoro ai temi sul territorio, per rafforzare le campagne, altrimenti la divisione tra luogo di lavoro e territorio finirà per minare la lotta.

Ciò vuol dire sollevare le questioni del terrritorio per inserirle tra le rivendicazioni di uno sciopero o di una campagna.

Per esempio, se i lavoratori dell’elettricità scioperano per il salario, questo riguarda il territorio. E’ necessario spiegare per cosa si sciopera e perchè il territorio dovrebbe sostenere le lotte sindacali, ma è anche necessario che le lotte sindacali supportino le rivendicazioni sul territorio – per esempio, gli scioperi degli elettrici dovrebbero includere le rivendicazioni dei residenti, come l’avere una rete più potente nei quartieri operai, a prezzi più bassi. Questo significa anche prevedere azioni di sciopero selettive – per esempio un black-out dei quartieri ricchi invece che nelle periferie popolari. Significa anche che gli aumenti salariali non dovrebbero andare a pagare utenze potenziate, dando modo ai padroni di “rubare a Pietro per pagare Paolo”.

Le azioni che distruggono strutture, che mettono fuori uso manutenzioni e servizi per la classe lavoratrice, che portano alla chiusura di industrie – ebbene andrebbero evitate.

Gli scioperi hanno un obbligo etico nei confronti della classe lavoratrice nella sua accezione più ampia – ma nessun obbligo nei confronti della classe dominante, con cui si è costretti, data la situazione, a scioperi di scontro, di resistenza e di sfida. Piuttosto, lo scopo dovrebbe essere quello di unire l’intera classe lavoratrice per conquistare migliori condizioni a suo vantaggio.

IL SALARIO D’ESISTENZA NON BASTA

Infine, è essenziare ricordare che le lotte salariali sono insufficienti.

Esse sono essenziali. Migliorano le condizioni di vita delle persone. Sviluppano la fiducia nella capacità delle persone comuni di cambiare il mondo in cui vivono. Se i lavoratori hanno paura di lottare per le cose più fondamentali -il denaro per sopravvivere- non saranno mai capaci di lottare per niente altro -come cambiare questa società in qualcosa di meglio.

Ma salari migliori non bastano.

Il sistema salariale stesso dipende dalla disuguaglianza sociale ed economica, tra le classi popolari e quelle dominanti, dalle divisioni e dall’oppressione dovute a fattori quali la razza, il genere e la nazionalità. I migliori salari non possono rimuovere il sistema di base del comando di classe e delle sue connesse disuguaglianza.

COSTRUIRE IL CONTRO-POTERE

Così, le lotte – comprese quelle sindacali – non dovrebbero mai ridursi a lotte per il salario. Dovrebbero osare di più per includere rivendicazioni per un maggiore controllo – da parte della classe lavoratrice – sui posti di lavoro e sui quartieri popolari, così come maggiore unità delle classi popolari.

Questo significa costruire il contro-potere: il potere organizzato della classe lavoratrice estesa, partecipativo, plurale, democratico, fuori e contro lo Stato, che crea strutture nei posti di lavoro e nei territori le quali forniscono le basi per la resistenza nel presente – e gettano le basi organizzative per la nuova società. Vale a dire strutture che possono diventare il potere che governa la società, che sostituiscono il sistema gerarchico dello Stato e del capitale con la società ugualitaria dell’autogestione della classe lavoratrice. Tutto ciò richiede sindacati democratici e movimenti nei territori – e non è il progetto per la costruzione di un partito politico.

Questo progetto dipende dall’auto-attività e dall’autonomia. Vuol dire, per esempio, che invece di cooperare con i padroni per migliorare la produttività tramite contratti appositi, occorre sviluppare un programma di veti operai sui ridimensionamenti – cioè implementare un rifiuto ad essere ridimensionati.

Costruire il contro-potere non significa cooperare con lo Stato, o con le imprese, o partecipare alle elezoni. Significa, invece, lotta incessante contro lo Stato ed il capitale, come pure contro le divisioni interne alla classe lavoratrice e contro tutte le forme di oppressione, mentre si espande il ruolo del contro-potere nella vita quotidiana.

Costruire il contro-potere significa collocare tutte le lotte in un più ampio progetto per cambiare dalle fondamenta la società, rimuovendo il sistema delle disuguaglianze economiche e sociali e rimuovendo un sistema di potere politico -Stato compreso- che svolge un ruolo decisivo nel rafforzare il sistema esistente.

Il che richiede la costruzione di un contro-potere diffuso che unifica tutti i settori delle classi popolari, che unifica sulla base della giustizia, dell’uguaglianza e della lotta e che sposta il potere dalle classi dominanti alle classi popolari, dallo Stato e dalle imprese al contro-potere del popolo.

I DIRITTI DIPENDONO DAL POTERE

E’ un’illusione pensare che lo Stato possa essere usato per rafforzare la giustizia, compreso il salario d’esistenza. Tutti gli Stati, senza accezioni – non importa quanto sia rossa la loro bandiera o quanto siano socialisti i loro slogans – sono controllati da una minoranza di classi dominanti; le Costituzioni sono pezzi di carta, regolarmente ignorate a meno che non vengano rafforzate tramite le lotte della classe lavoratrice e non tramite il contenzioso. Anche allora, i rapporti di forza disegnano quanto le leggi possano essere intepretate ed applicate, se non del tutto; è solo tramite la forza – lotta, autonomia, contro-potere autogestito- che si può conquistare qualsiasi cosa.

Se la classe lavoratrice e le classi popolari non costruiscono il potere per dare forza alle loro rivendicazioni -comprese quelle salariali- nei confronti della classe dominante, non conquisteranno mai quelle rivendicazioni. I rapporti di forza delineano la distribuzione del reddito, il come ed il dove si prendono le decisioni, chi è ricco e chi è povero, chi vive e chi muore.

Ma tutte le vittorie -persino quelle più grandi – ottenute in questo sistema – del capitalismo e dello Stato – sono parziali. I miglioramenti salariali vengono erosi dall’aumento dei prezzi e dalla disoccupazione crescente.

Inoltre, uno schiavo salariato ben pagato, è sempre uno schiavo salariato. Il profondo sistema di spossessamento che costringe le persone al lavoro salariato, deve essere sradicato. Un salario più alto non rimuove lo sfruttamento; il sistema non può funzionare a meno che i lavoratori non vengono pagati meno del valore del loro prodotto. Sfruttamento non significa percepire un salario basso: ma solo che i lavoratori vengono pagati meno del valore del loro prodotto.

Il profondo sistema di classe è anche fondato su una disparità di base di potere e di ricchezza, che attraversa la società in ogni aspetto, dalla gestione e finanziamento delle scuole (sempre le peggiori per la classe operaia) alla struttura dell’economia (e cioè perchè è possibile che un paese abbia miniere da cui si estrae oro, che non ha nessun uso reale, mentre vi è carenza di alloggi).

Un cambiamento alle fondamenta significa togliere il potere alla classe dominante, attraverso il contro-potere, implementando una nuova società, basata su una pianificazione democratica e partecipativa dell’economia e della società. Il che richiede un continuo progetto di lotte, autonomo dalla classe dominante – intesa come Stato, Parlamento ed elezioni- che prevede la presa di coscienza di massa del popolo della necessità di una lotta sempre più ampia per l’autogestione, per la rimozione delle gerarchie, per l’uguaglianza sociale ed economica – vale a dire un progetto di contro-cultura rivoluzionaria, gestito insieme ed a rafforzamento del contro-potere.

DAL SALARIO ALLA TRASFORMAZIONE SOCIALE

Costruire il contro-potere e la contro-cultura è possibile solo dando luogo a lotte per riforme immediate, comprese le lotte salariali.

Tramite queste lotte – e non tramite piani astratti – le masse si mobilitano; le vittorie aumentano la fiducia in se stesse; le sconfitte insegnano lezioni da considerare, compresa l’importanza della solidarietà e dell’unità e gli interessi comuni della più ampia classe lavoratrice; una classe che non lotterà per portare un pezzo di pane a casa non riuscirà mai a lottare per cambiare completamente la società.

Le argomentazioni per cui le lotte per il salario minimo o per il salario d’esistenza sono troppo moderate – per cui la vera lotta le deve ignorare in quanto distraenti, per procedere invece dritti verso la “rivoluzione” (o in mancanza di questa, verso riots e cose del genere) sono sbagliate. Le battaglie salariali, come tutte le lotte immediate, sono limitate, ma sono un passo sulla strada in direzione di profondi cambiamenti.

Un vero cambiamento della società non verrà da una semplice collezione di lotte e di vittorie parziali, per quanto ‘militanti’, bensì preparandosi per uno scontro decisivo – in cui l’accumulazione di contro-potere di massa – infuso con la contro-cultura – possa rimuovere, permantemente, la struttura di potere esistente.

NESSUNA SCORCIATOIA

Non c’è nessuna scorciatoia, dal momento che questo progetto richiede una ampia mobilitazione ed un’ampia presa di coscienza; le lotte più piccole, a volte emotive, a volte ‘militanti’ hanno un loro valore, ma non sono mai state sufficienti; c’è bisogno di un cambiamento quantitativo (in termini di numeri e di strutture) e qualitativo (in termini di crescita della fiducia di massa, dell’organizzazione, della coscienza e del potere).

Cosa che richiede un lavoro attento, non uno slancio di fede; le piccole lotte sono le fondamenta delle grandi lotte, non rivali e nemmeno sostitutive, ma solo un passo nella direzione giusta.

Lucien van der Walt è professore di sociologia industriale presso la Rhodes University. Il testo fa parte di una presentazione su ‘Paying Living Wages: A Reality or Mirage?,’ difffuso durante una conferenza organizzata dalla Kenyan Human Rights Commission (KRC) Consortium, Panafric Hotel, Nairobi, Kenya, 27-28 November 2014.

Traduzione a cura di Alternativa Libertaria/FdCA – Ufficio Relazioni Internazionali.

About Lucien van der Walt
I teach at Rhodes University, the Eastern Cape. I’m South African, born and bred. I am currently also involved in union education and have a background in social movement and left-wing activism, the Workers’ Library and Museum, the Anti-Privatisation Forum, and the National Health and Allied Workers Union (NEHAWU). I’ve presented papers at more than 120 conferences and workshops, published in key journals like 'Capital and Class' and 'Labor History', have co-edited 3 journal specials (these on global labour history, African labour, and unions in the Global South), and written well over 130 other articles, papers and entries. I was Southern Africa editor for the 2009 'International Encyclopaedia of Revolution and Protest' (Blackwell). My focus has been on South Africa, but I have also done research in Zambia and Zimbabwe. I won the 2008 international 'Labor History' thesis prize, and the 2008/2009 Council for the Development of Social Science Research prize for best African dissertation, for my PhD thesis on South African anarchism, syndicalism and black militants. I have several books, including 'Negro e Vermelho: anarquismo, sindicalismo revolucionário e pessoas de cor na África Meridional nas décadas de 1880-1920,' 'Anarchism and Syndicalism in the Colonial and Postcolonial World, 1880-1940: the praxis of national liberation, internationalism, and social revolution' (co-edited with Steve Hirsch, Brill, 2010/ 2014) and 'Black Flame: the revolutionary class politics of anarchism and syndicalism' (co-written with Michael Schmidt, AK Press 2009).

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: