[Analysis in translation] Lucien van der Walt, 2004, “Riflessioni su Anarchismo e Questione Razziale in Sud Africa (1904-2004)”

Riflessioni su Anarchismo e Questione Razziale in Sud Africa (1904-2004)

 Lucien van der Walt, da Prospettive per la Teoria Anarchica, vol.8, n°1 –
La tradizione anarchica sudafricana si pone come un interessante caso di studio per un approccio anarchico alla questione della disuguaglianza razziale e dell’oppressione capitalistica. Nel Sud Africa contemporaneo, le relazioni capitalistiche di sfruttamento sono state costruite sulla base dei rapporti di dominio coloniali. La complessa articolazione tra questione razziale e lotta di classe è stata un questione con cui il movimento anarchico sudafricano si è sempre confrontato. Il presente documento cercherà di esaminare come si sono rapportati alla questione razziale sia il classico movimento anarchico sudafricano dei primi due decenni del XX secolo, sia quello contemporaneo a partire dagli anni ’90 ed infine si cercherà di trarre delle conclusioni.
LA QUESTIONE RAZZIALE
Il capitalismo sudafricano si è sviluppato su basi razziali dagli inizi del processo di industrializzazione negli anni 1880 spronato dalla scoperta dell’oro nella regione di Witwatersrand, fino al periodo delle riforme negli anni 1970. C’erano in effetti due settori nettamente differenziati della classe operaia sudafricana. I lavoratori africani, pari al

2/3 della forzalavoro, erano concentrati nella fascia degli occupati a basso reddito, erano particolarmente non professionalizzati, ed erano assunti con contratti vincolati in cui era negato e perseguito come un crimine lo sciopero. Il tipico lavoratore africano delle miniere e delle industrie era un maschio migrante che lavorava a contratto nelle aree urbane prime di ritornare al villaggio rurale in cui continuava a risiedere la sua famiglia a base agricola. Per i lavoratori africani i servizi della città erano veramente minimi -prima degli anni ’50, per esempio, la scolarizzazione urbana era gestita dalle chiese- e la politica dello Stato tendeva ad escludere i lavoratori africani dal diritto di voto ed a far sì che non risiedessero permanentemente fuori dalla comunità tribale. Per rafforzare in parte questo sistema venne introdotta una legislazione di passaporti validi nel territorio interno – la “pass laws” applicata solo ai lavoratori africani. I lavoratori bianchi, invece, accedevano a lavori meglio retribuiti, erano spesso artigiani professionalizzati, e risiedevano in quartieri urbani a base familiare, ma alquanto segregati. Potendo disporre dei diritti civili e politici, potevano cambiare lavoro abbastanza facilmente, sindacalizzarsi, mentre il diritto di sciopero gli venne concesso con riluttanza solo a partire dagli anni ’20. Comunque fino agli anni ’60 è esistita anche una grande fetta di bianchi poveri (in gran parte ex-contadini afrikaner finiti in rovina). Tra questi due gruppi sociali vanno inseriti i lavoratori coloured (razza-mista) e le minoranze di Indiani. Al pari dei bianchi poveri, anch’essi erano intensamente proletarizzati. Il loro processo di urbanizzazione inizia a partire dagli anni ’30, con la conquista di alcuni vantaggi urbani inconcepibili per gli africani, compresi i diritti sindacali. Ma, al pari degli africani, anch’essi erano esclusi dai lavori ad alto contenuto professionale; e comunque lavoravano e risiedevano in aree residenziali con servizi, ma totalmente segregate. L’ideologia ufficiale di stato era fondata sulla nozione della differenza razziale: a volte costruita sulla base della disuguaglianza biologica, altre volte sulla base di una intrinseca differenza culturale fra la cultura occidentale civilizzata e quella barbara degli africani. Questa giustificazione dell’ordine sociale aveva la sua risonanza presso la classe lavoratrice bianca. Infatti, a causa di un mercato del lavoro a basso costo e sottomesso, vi erano continui tentativi padronali di ampliare luso della forzalavoro africana; così laddove la meccanizzazione non richiedeva più alte professionalità, vi furono tentativi di sostituire la forzalavoro bianca e professionalizzata con lavoratori africani poco professionalizzati e meno retribuiti; dove questo avvenne i “bianchi poveri”, usando il voto ed i diritti sindacali, entrarono in una competizione tra poveri con gli africani privi di qualsiasi libertà. Il “pericolo nero” nelle industrie si impossessò dei primi sindacati fondati dai lavoratori bianchi, procurando dispute sindacali protrattesi fino agli anni 1980. Questi sindacati adottarono una posizione del tipo “lavoro prima ai bianchi” con sbarramento razziale nelle iscrizioni, sostegno alla segregazione, piattaforme con riserve di posti per i bianchi. I “poveri bianchi”, concentrati fino agli anni 1940 in quartieri-ghetto economici ma multirazziali, si trovavano in una situazione contraddittoria: le condizioni materiali assai simili portavano ad una certa integrazione e ad una grave preoccupazione per possibili incroci razziali; la disoccupazione e la competizione sul mercato del lavoro generavano un aspro antagonismo razziale ed a volte esplodevano in veri e propri scontri di tipo razziale. Proprio per questo i lavoratori africani consideravano con un certo sospetto i lavoratori bianchi sindacalizzati e si indignavano per lo status a loro riservato. Quando il sindacalismo mosse i suoi primi passi tra gli africani alla fine degli anni 1910, era di tipo esclusivamente razziale; le piattaforme erano profondamente segnate dalle contraddizioni razziali. Si verificò così una biforcazione nel movimento dei lavoratori. I sindacati bianchi e quelli africani si svilupparono su linee separate: a volte ostili, a volte alleati, ma quasi mai integrati almeno fino agli anni 1990. I lavoratori coloured e Indiani fluttuavano tra questi due poli sindacali: sebbene accolte occasionalmente nei sindacati bianchi, ma sempre su basi di disparità, queste minoranze venivano comunque spinte verso i sindacati africani dal razzismo di stato. La loro coscienza rifletteva il loro status: l’antagonismo verso il mondo del lavoro dei bianchi si accoppiava spesso all’ostilità verso gli africani.

PRIME RISPOSTE DELL’ANARCHISMO
Il primo attivista anarchico in Sud Africa si chiamava Henry Glasse, un inglese che dal 1881 viveva nella piccola città costiera di Port Elizabeth, da cui teneva corrispondenza con i circoli anarchici londinesi, traduceva Kropotkin, distribuiva opuscoli anarchici. E’ nei suoi scritti che compaiono le prime tracce di un approccio anarchico locale alla questione razziale in Sud Africa. Il primo passo di Glasse fu quello di di respingere la distinzione tra cultura civilizzata e cultura barbara, il secondo fu l’esplicita opposizione all’oppressione sugli africani. In una lettera inviata nel 1905 al giornale inglese Freedom sosteneva che avrebbe preferito vivere tra gli africani piuttosto che fra i molti che si ritengono civilizzati, poiché tra gli africani individuava i segni di un comunismo primitivo e di amore fraterno; denunciava poi le condizioni spaventose degli africani: derubati e maltrattati, esclusi dal transito sui marciapiedi e costretti a camminare nel fango delle strade, esclusi dalla carrozze o dai tram, segregati in vagoni speciali sui treni, come fossero bestiame; forniti di pass per uscire dai loro ghetti, sottoposti a coprifuoco dopo le 21.00. Il terzo passo di Glasse fu l’applicazione dell’internazionalismo anarchico al mondo del lavoro sudafricano tramite il rifiuto del sindacalismo bianco. Nel giornale “La Voce del Lavoro”, il primo settimanale socialista sudafricano nel XX secolo (1908) egli scriveva nel 1912 che era pura idiozia credere che i lavoratori bianchi potessero vincere le loro battaglie indipendentemente dalla stragrande maggioranza degli schiavi salariati di colore. Le barriere razziali erano, per lui, nocive per la lotta comune dei lavoratori contro il nemico di classe. Queste posizioni ebbero grande influenza sulla sinistra radicale dell’epoca, compresa la corrente sindacalista rivoluzionaria che si stava costruendo intorno al settimanale: il gruppo De Leonite, il Socialist Labour Party (SLP) nacquero nel 1910, come pure una sezione dell’IWW, su posizioni nettamente favorevoli ad un sindacalismo inter-razziale. Questi gruppi nacquero proprio dopo un giro di conferenze del sindacalista inglese Tom Mann agli inizi del 1910. Benché fosse sponsorizzato dai principali sindacati bianchi, non smise mai di incitare all’unità sindacale al di là delle razze.
Il 1915 ED I NEO-RADICALI
Eppure né il SLP né l’IWW fecero molto per abbattere le barriere razziali; il SLP faceva solo sterile propaganda, mentre l’IWW si impegnava solo sui lavoratori bianchi dei trasporti di Johannesburg, Pretoria e Durban. Nessuno dei 2 riuscì a fare il quarto e cruciale passo: fondere l’opposizione all’oppressione razziale col sindacalismo in una campagna contro l’oppressione razziale. Alla fine del 1912, il SLP, l’IWW e la Voce del Lavoro entrarono in crisi, per cui non ebbero alcun ruolo nell’ondata di scioperi organizzata dal giugno 1913 al febbraio 1914. Una controversia sindacale limitata ad una sola miniera si tramutò in uno sciopero generale in tutta la regione del Witwatersrand. Guidata da un comitato di sciopero informale, la lotta finì con scontri, la città di Johannesburg nelle mani degli scioperanti ed il governo umiliato. Non bastò, comunque, ad alleviare le sofferenze, per cui ci su un secondo tentativo di sciopero generale agli inizi  del 1914; ma lo Stato non si fece trovare impreparato e colpì il movimento con la legge marziale. Due cose però erano venute fuori. Primo: alcuni sindacalisti avevano cercato di coinvolgere i lavoratori africani   nello sciopero del 1913, si tratta di George Mason del comitato di sciopero che si era adoperato per uno sciopero indipendente degli africani. Secondo: la repressione del 1913-1914 radicalizzò il movimento sindacale bianco. Nel South African Labour Party (SALP), il partito dei sindacati bianchi che combinava socialismo e segregazione razziale, emerse una componente radicale che si distinse per l’opposizione alla linea interventista del SALP nella 1GM. Venne fondata una Lega Guerra alla Guerra che attrasse vecchi militanti di SLP e IWW.
SINDACATI E QUESTIONE RAZZIALE
Nel settembre 1915 questa Lega ruppe ogni legame col SALP e lanciò la Internationalist Socialist League (ILS), che si richiamava ad un sindacalismo inter-razziale ed al sindacalismo rivoluzionario. Il suo settimanale L’Internazionale lanciava nel 1915 un appello per un  nuovo movimento senza distinzioni di mestiere, razza e sesso, fondato sulla solida base di quel proletariato più umile che lavora per un padrone e che è tanto grande quanto lo è l’umanità. Cominciò qui, grazie al ruolo dell’ILS, l’influenza del sindacalismo rivoluzionario sulla sinistra radicale. Come scrivevano i sindacalisti rivoluzionari della Voce del LAvoro, anche l’ILS sosteneva l’inutilità del sindacalismo bianco; ma aggiungeva che la lotta attiva conto l’oppressione razziale era una cruciale lotta anticapitalista, che avrebbe scosso le fondamenta del capitalismo sudafricano  qualora i principi socialisti fossero stati coniugati con la questione dei nativi. ILS sosteneva che l’oppressione razziale non solo divideva la classe operaia ma era funzionale agli interessi del capitale, il quale poteva contare sui lavoratori africani a buon mercato, privi di aiuti e disorganizzati per colmare il fabbisogno di forzalavoro in generale ed industriale in particolare, al fine di garantire le priorità per il moderno imperialismo: una forzalavoro totalmente a buon mercato (1916). Infine, ILS sosteneva il ruolo dell’azione diretta nel distruggere l’oppressione razziale, con enfasi particolare sul ruolo del sindacalismo. Mason sosteneva la necessità di favorire la sindacalizzazione degli africani al fine di abrogare la legislazione oppressiva con la forza del sindacalismo. Secondo ILS,  una volta organizzati, questi lavoratori erano in grado di far abolire qualsiasi legge tirannica. Era la disorganizzazione dei lavoratori africani a fare di queste leggi dei vincoli di ferro. Ma se si fossero organizzati su base industriale, queste leggi sarebbero diventate carta straccia. Nel luglio 1917, ILS organizzò un gruppo di studio per lavoratori africani a Johannesburg, dove il ruolo centrale lo aveva Andrew Dunbar, già segretario dell’IWW. Secondo i rapporti di polizia, Dunbar spiegava agli africani che  loro erano la classe operaia del Sud Africa e che perciò dovevano organizzarsi per pretendere gli stessi diritti dei bianchi. In settembre, quel gruppo di studio divenne un sindacato, l’Industrial Workers of Africa (IWA), il primo sindacato africano nel paese. Nacquero altri sindacati in conseguenza della frammentazione della classe lavoratrice: a Durban nacque l’Indian Workers Industrial Union nel 1917; a Kimberley il Clothing Workers Industrial Union nel settore del tessile e l’Horse Driver’s Union nel 1918 fra i lavoratori coloured; a Cape Town sempre nel ’18 la Industrial Socialist League (IndSL), un gruppo sindacalista indipendente che organizzava soprattutto braccianti coloured in uno Sweet&Jam Workers Industrial Union (dolciumi).
Nel giugno 1918, ILS, African National Congress (ANC) e IWA collaborarono per tentare un movimento di sciopero africano, il primo nel suo genere. I militanti dell’IWA svolsero un ruolo determinante nello spostamento del moderato ANC verso posizioni più a sinistra. Anche se la campagna di sciopero fallì, otto esponenti dell’IWA, ILS e ANC finorono sotto accusa per turbamento dell’ordine pubblico e poi assolti nel primo processo politico multirazziale in Sud Africa. Nel marzo 1919, l’ANC lanciò una campagna contro la “pass laws” nella regione di Witwatersrand -col contributo determinante di Reuben Cetiwe e Hamilton Kraai dell’IWA- subito revocata dall’ala moderata del partito. Kraai e Cetiwe si spostarono a Cape Town, dove misero in piedi l’IWA tra i portuali e lavorarono con l’Industrial and Commercial Workers Union (ICU). Una ICU rinnovata, dopo aver incorporato l’IWA, si sarebbe poi diffusa negli anni ’20 in tutto il paese, dopo aver combinato pezzi dello statuto dell’IWW con seri livelli di autocrazia corruzione e caos politico al suo interno.
POST-SINDACALISMO
La Rivoluzione Russa ebbe un effetto tremendo sul movimento radicale sudafricano. Inizialmente ILS prese la rivoluzione come una conferma delle sue posizioni sindacaliste: i soviet erano l’espressione russa del sindacalismo industriale (1917). Ma pian piano venne adottata una linea leninista, infatti ILS ebbe un ruolo decisivo nella costruzione ufficiale del Communist Party of South Africa (CPSA) nel 1921 e L’Internazionale divenne l’organo di stama del nuovo partito comunista. All’inizio le correnti sindacaliste rivoluzionarie rimasero dentro il CPSA, ma ormai la tendenza generale era quella di accettare le direttive dell’Internazionale Comunista. Tra il 1921 ed il 1924 il CPSA applicò in modo meccanico la posizione di Lenin sull’affiliazione dei comunisti inglesi in Sud Africa al Labour Party, portandoli ad aderire al SALP, col conseguente abbandono dell’intervento tra i lavoratori di colore. Nel 1924, il CPSA tornò verso gli africani, ma nel 1928 fece proprie le tesi dell’Internazionale Comunista sul fatto che i paesi coloniali e semi-coloniali dovevano passare attraverso una fase nazional-democratica prima che il socialismo si realizzasse. La linea della “Black Republic” indusse il CPSA a puntare sulla riforma dello Stato, su un capitalismo non più razzista e, dal 1940, sulla costruzione dell’ANC come partito guida a livello nazionale. Il vecchio legame dell’ILS tra lotta anti-razzista e lotta anticapitalista era ormai spezzato. Dal 1970, lo Stato cercò di rimuovere i peggiori aspetti dell’apartheid, che consistevano nei bassi salari dei lavoratori migranti, nelle lotte popolari proprie del sindacalismo africano e del territorio, nelle lotte studentesche in ascesa e nell’imminente crisi dell’economia. Come è noto, il progetto di riforme venne sopravanzato dalle rivolte aprendo la strada al processo che abolì l’aprtheid e lasciò all’ANC la guida del processo di ristrutturazione capitalista per ridare ossigeno ai profitti.
POST-APARTHEID
Alla fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90 l’anarchismo tornò alla luce soprattutto tramite i punk bianchi ed Indiani con relative fanzines (Social Blunder, Unrest). Il nuovo movimento anarchico era anti-razzista ma in termini vaghi e generici. Anche se l’ANC era visto come inaffidabile nella veste dei “nuovi padroni”, non vi era un’attività di analisi ed elaborazione di strategia alternative. Le cose cambiarono dopo le elezioni del 1994, con la nascita di gruppi di studio, la crescita di una corrente di anarchismo su posizioni di lotta di classe a Durban e Johannesburg, la formazione di un’organizzazione anarchica nazionale, la Workers Solidarity Federation (WSF) con un esplicito orientamento verso la classe operaia africana. La WSF definì le elezioni del 1994 come una “avanzata di massa”, come sconfitta dell’apartheid legalizzato, ma sottolineò come un capitalismo non-razzista avrebbe inglobato le elites africane tramite il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori africani. LA WSF teneva stretto il rapporto tra razzismo e 500 anni di storia del capitalismo, dimostrando come l’apartheid era innanzitutto un’espressione della necessità del capitale di avere forzalavoro a buon mercato (1996). La WSF rifiutava la politica dei due tempi, per cui la lotta contro il razzismo doveva essere al tempo stesso lotta contro il capitalismo e lo Stato e quindi lotta di classe. Con queste posizioni, mutò la composizione sociale dell’anarchismo sudafricano: grazie al coinvolgimento nelle lotte studentesche e negli scioperi, la WSF era ormai giunta ad essere in gran parte un’organizzazione africana. Anche dopo lo scioglimento della WSF nel 1999, questa nuova linea verso la lotta anti-razzista era ormai divenuta dominante nel movimento anarchico sudafricano, ma l’enfasi della WSF sul sindacalismo era ormai stata alquanto superata dai nuovi bisogni espressi dalle lotte dei nuovi movimenti nel territorio contro le politiche di austerità dell’ANC. Il riconoscimento tempestivo da parte della WSF della sfida lanciata contro il neoliberismo nel Sud Africa del post-apartheid, fornì il ponte necessario tra lotte sindacali e lotte nel territorio.
CONCLUSIONI IN ROSSO&NERO
Da quanto detto si possono ricavare diverse conclusioni. Prima di tutto va detto che non ha più consistenza l’opinione non poco diffusa secondo la quale la questione razziale sia una miopia storica nell’anarchismo. Se, infatti, all’interno del dominio dei bianchi, all’interno dell’Impero britannico, al’interno dell’Africa coloniale, gli anarchici ed i sindacalisti rivoluzionari potettero svolgere il ruolo di coloro che aprivano nuovi sentieri nell’organizzazione dei lavoratori di colore, nel difendere il sindacato degli africani, i diritti civili, e tutto questo su basi di lotta di classe e di un’analisi e strategia anticapitaliste, ebbene c’è allora molto da imparare dal passato dell’anarchismo. Certo, quelle analisi possono essere considerate come legate al contesto storico, ma rappresentano al tempo stesso una posizione molto più diffusa sulla questione razziale; infatti le esperienze di lotta anti-razzista a Cuba, in Messico ed in Perù sono lì a dimostrarlo. In secondo luogo, sebbene la tradizione anarchica in Sud Africa sia stata generalmente anti-razzista, il vero coinvolgimento della gente di colore nelle lotte è avvenuto quando i principi anti-razzisti sono stati tradotti in strategia ed intervento politico materiale anti-razzista. Il ponte tra lotta anti-razzista e lotta di classe ha solide fondamenta di analisi negli elementi classici dell’architettura della teoria anarchica: lotta di classe, internazionalismo, antistatalismo, anticapitalismo ed opposizione ad ogni gerarchia. Sono questi gli elementi da usare con acume, invece di precipitarsi ad introdurre nelle analisi anarchiche studi-da-bianchi come il postmodernismo ed il nazionalismo e così via.
La ricchezza della classica teoria anarchica saprà ben ricompensare chi vi ricorre per interrogarla ed interrogarsi nell’analisi della realtà.

About Lucien van der Walt
I teach at Rhodes University, the Eastern Cape. I’m South African, born and bred. I am currently also involved in union education and have a background in social movement and left-wing activism, the Workers’ Library and Museum, the Anti-Privatisation Forum, and the National Health and Allied Workers Union (NEHAWU). I’ve presented papers at more than 120 conferences and workshops, published in key journals like 'Capital and Class' and 'Labor History', have co-edited 3 journal specials (these on global labour history, African labour, and unions in the Global South), and written well over 130 other articles, papers and entries. I was Southern Africa editor for the 2009 'International Encyclopaedia of Revolution and Protest' (Blackwell). My focus has been on South Africa, but I have also done research in Zambia and Zimbabwe. I won the 2008 international 'Labor History' thesis prize, and the 2008/2009 Council for the Development of Social Science Research prize for best African dissertation, for my PhD thesis on South African anarchism, syndicalism and black militants. I have several books, including 'Negro e Vermelho: anarquismo, sindicalismo revolucionário e pessoas de cor na África Meridional nas décadas de 1880-1920,' 'Anarchism and Syndicalism in the Colonial and Postcolonial World, 1880-1940: the praxis of national liberation, internationalism, and social revolution' (co-edited with Steve Hirsch, Brill, 2010/ 2014) and 'Black Flame: the revolutionary class politics of anarchism and syndicalism' (co-written with Michael Schmidt, AK Press 2009).

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