Italian translation of German article, Lucien van der Walt, 2012, “Internationalismus und Antiimperialismus von unten: Anarchismus und Syndikalismus in der kolonialen und postkolonialen Welt,” Direkte Aktion, 209 – Jan/Feb 2012

Source: anarkismo.net here

Lucien van der Walt

Internazionalismo ed antimperialismo dal basso:

Anarchismo ed sindacalismo nel mondo coloniale e post-coloniale

Nelle regioni del mondo soggette a colonialismo e imperialismo il movimento anarchico, in particolare la sua propaggine sindacalista, riveste un ruolo chiave. Il ruolo degli anarchici e dei sindacalisti nel movimenti di liberazione nazionale è stato centrale, a volte determinante.

I movimenti in Asia, Africa, America latina e Carabi (ma anche in alcune parti dell’Europa, in particolare nell’Europa dell’Est e in Irlanda) sono da considerarsi come una parte integrante della storia della classe operaia, della sinistra e dei movimenti di liberazione nazionali.

Alcuni autori di sinistra giudicano l’anarchismo un “errore storico” in quanto non ha niente a che vedere con le lotte anticolonialiste e con la politica rivoluzionaria [nel XX secolo]” [1]. John Crump, un autore vicino al movimento anarchico giapponese , sostiene, in maniera meno polemica, che “l’anarchismo nel Terzo Mondo, nei territori coloniali non è riuscito a gettare radici” [2].

Tali omissioni sono in un certo senso comprensibili. Testi sulla storia dell’anarchismo e del sindacalismo si concentrano tendenzialmente sui paesi nord atlantici, ignorando l’80% dell’umanità e una grossa parte della storia di questo movimento. Inoltre questi studi non dedicano molta attenzione alla partecipazione anarchica e sindacalista alle lotte antimperialiste [3].

Il vero problema è costituito dalla sostanziale falsità di queste affermazioni. Anarchici e sindacalisti hanno giocato un ruolo importante nella lotta in queste regioni, anche nelle lotte per l’indipendenza. Di questo le discussioni condotte nel mondo(post) coloniale all’interno del movimento anarchico e sindacalista, dovrebbero tenere conto.

Antimperialismo anarchico?

I temi, con cui questi movimenti si sono confrontati (e continuano a confrontarsi) sono ancora oggi decisivi per la politica rivoluzionaria e devono essere affrontati dagli anarchici e dai sindacalisti sulla base di fatti storici oggettivi, evitando soluzioni astratte.

Circa la domanda, se l’imperialismo possa essere sconfitto o meno: le lotte per l’indipendenza conducono sempre e inevitabilmente solo al dominio di una nuova élite, come ritengono alcuni [4], o costituiscono una via verso la rivoluzione sociale? Come si possono superare le divisioni razziali all’interno della classe operaia e contadina?

Queste questioni sono discusse in maniera dettagliata dal movimento nel mondo (post) colonialista e alcune di esse si possono dedurre dalla sua prassi attuale.

Due delle grandi rivoluzioni anarchiche del XX secolo si sono svolte al di fuori del mondo occidentale e sono state parte di lotte per l’indipendenza o di movimenti per la liberazione nazionale: è il caso dell’Ucraina (1918-21) e della Corea/Manciuria (1929-31); la terza è naturalmente la Spagna (1936-39).

I lavori più recenti cominciano a mettere in discussione le precedenti accuse e gli approcci fuorvianti. Un esempio è infatti costituito da Anarchism and Syndicalism in the Colonial and Postcolonial World, 1870-1940: the praxis of national liberation, internationalism and social revolution, pubblicato da Steven Hirsch e Lucien van der Walt (Brill, 2010). Con una premessa di Benedict Anderson e un’introduzione dell’editore, il volume riunisce contributi su Argentina (Geoffroy de Laforcade), Brasile (Edilene Toledo e Luigi Biondi), Cina (Arif Dirlik), Cuba, Messico, Panama e Puerto Rico (Kirk Shaffer), Egitto (Anthony Gorman), Irlanda (Emmet O’ Connor), Corea (Dongyoun Hwang), Perù (Hirsch), Sudafrica (van der Walt) e Ucraina (Aleksandr Shubin).

Questo gruppo di autori internazionali si concentra soprattutto sui punti di contatto tra movimenti anarchici e sindacalisti e la questione nazionale nei diversi territori: da una parte le divisioni etniche e “razziali” nella classe operaia e contadina, dall’altra le lotte per l’auotodeterminazione e l’uguaglianza antirazzista in un contesto colonialista e di costellazioni di potere imperialiste.

Egemonia anarchica nel “Tricontinente”?

Questi movimenti non finirono negli anni ’40 del XX secolo, per riemergere negli anni ’60 o ’90. Sono miti fuorvianti quelli che si trovano in buona parte della letteratura contemporanea, che sostengono che il movimento anarchico e sindacalista abbia smesso di esistere con il fallimento della rivoluzione spagnola [5]: mi riferisco all’Argentina, alla Bolivia, al Brasile, al Cile e a Cuba, dove erano presenti fino agli anni ’50 e ’60 nuclei sindacali e anarchici significativi, e alla Corea, dove questi resistettero fino agli anni ’50 nonostante la dittatura. Anarchici e sindacalisti svolsero un ruolo fondamentale nelle lotte clandestine negli anni ’50 in Russia e in Cina, così come in Argentina, Cuba e Uruguay negli anni ’70 e ’80; e quando venne ricostituita la CNT in Spagna negli anni ’70, i suoi componenti diventarono presto mezzo milione.

Se consideriamo solo il mondo (post) coloniale fino agli anni ’40, è da notare che il sindacalismo e l’anarchismo sono stati per molti anni prevalenti all’interno dei sindacati in Argentina, Brasile, Cile, Cuba, Messico e Perù e che significative (ma non dominanti) correnti erano presenti nelle unioni sindacali in Algeria, Bolivia, Bulgaria, Cina, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Egitto, Malesia, Mozambico, Panama, Paraguay, Polonia, Porto Rico, Sudafrica, Venezuela e in altri paesi.

Inoltre i primi sindacati moderni in Cina furono fondati dagli anarchici. Nel 1921, nella sola provincia di Guangdong [Quantung], c’erano circa 40 sindacati gestiti da anarchici; fino alla metà degli anni ’20 esisteva a Guangdong e Hunan una predominanza anarchica [6].

Anche i primi sindacati nella penisola malesiana furono fondati dagli anarchici, che svolsero un ruolo fondamentale fino al 1945 [7]. Se consideriamo solamente i movimenti contadini anarchici, notiamo che alcuni dei più grandi movimenti di questo tipo si possono trovare in Cina, Corea Messico e Ucraina. In Messico la rivolta contadina anarchica si è arrestata fino alla rivolta di Julio Chávez López negli anni dal 1867 al 1869, che insieme ad altre rivolte ha determinato tutto il periodo fino alla rivolta anarchica di Magón del 1911. Gli anarchici messicani hanno avuto un forte influsso su Emiliano Zapata, come testimoniano il suo programma “il piano di Ayala” e lo stato federale di Morelos.

In secondo luogo c’è l’influenza determinante, anche se a volte complicata, esercitata dagli anarchici e sindacalisti sui sindacati in Irlanda, Rodesia del Nord (Zambia), Rodesia del Sud (Zimbawe) e nell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), così come i più recenti movimenti di protesta in Nicaragua e in India. In tutti questi casi le correnti anarchiche e sindacaliste si sono sovrapposte ad altre tradizioni politiche e si sono mischiate con correnti, che al massimo possiamo definire anarco-sindacaliste per metà.

In Asia, nei Caraibi, nell’America Latina e in Africa si formarono durante gli anni ’20 movimenti marxisti significativi; e questi sono durati per diversi anni in molti Paesi, fino a quando nella sinistra non si è affermata una prevalenza comunista.

Il primo libro marxista in cinese è stato il Manifesto comunista (a questo periodo risalgono anche i lavori di Kropotkin diffusi in molte lingue asiatiche).

Mao Zedong era un anarchico prima di diventare marxista, e non era un’eccezione in Cina. Il programma originale del Partido Comunista Brasileiro era anarchico [8]. Il primo partito comunista significativo in Messico, fondato nel 1919, è stato influenzato a lungo dall’anarchismo. Il primo partito comunista in Africa è stato fondato in Sud Africa nell’ottobre del 1920 con un programma fondamentalmente di stampo sindacalista.

Anthony Gorman mostra come anche il Partito Socialista Egiziano, precursore del Partito Comunista Egiziano, abbia subito un forte influsso anarchico, tanto che da alcuni veniva chiamato il partito anarchico (Al-hizb al-ibahi).

Liberazione nazionale attraverso l’anarchia?

Per ultimo questo volume affronta il problema dell’atteggiamento anarchico nei confronti della questione nazionale. Da una parte c’è il problema delle divisioni etniche e “razziali” tra i lavoratori e le masse povere: la ricerca dimostra come gli anarchici e i sindacalisti abbiamo sostenuto l’unità di tutte le classi e combattuto contro la repressione razzista e nazionalista.

Esempi emblematici sono il Brasile e Cuba (tra gli ex schiavi), il Messico, il Perù (tra gli indigeni), così come in Sudafrica (tra neri, mulatti e asiatici).

D’altra parte c’è il ruolo svolto da sindacalisti e anarchici nei movimenti anticolonialisti e di indipendenza, e le domande sull’approccio strategico e la valutazione della sua reale influenza su questi movimenti. Una parte del movimento anarco-sindacalista evita queste lotte giudicandole infruttuose. Anche questa parte del movimento era contro l’imperialismo, ma in realtà prende le distanze dai movimenti di liberazione nazionale. Tali correnti non hanno avuto alcuna influenza all’interno di queste lotte.

Una seconda posizione sostiene che gli anarchici e i sindacalisti si siano lasciati prendere da un nazionalismo diffuso tra tutte le classi in maniera acritica ed entusiasta. Si sono arresi nella lotta contro i nazionalisti che miravano alla creazione di un nuovo stato.

Questo atteggiamento da parte degli anarco-sindacalisti si osserva anche nel movimento in Cina, Repubblica Ceca e Corea.

L’approccio più interessante (e storicamente rilevante) è quello di una corrente anarco-sindacalista che operava come una forza indipendente all’interno di un movimento di liberazione nazionale, per spingerlo verso una rivoluzione sociale anarchica. Questa corrente si è rifiutata di lasciare il movimento di liberazione nelle mani dei nazionalisti. Anche se esistevano punti su cui lavorava insieme ai nazionalisti, essa contava comunque di soppiantare la loro influenza e di riuscire ad affermare il proprio programma. Questo approccio è stato dominante in Cina e Corea; è stato inoltre centrale nei movimenti a Cuba, in Egitto, Irlanda, Messico, Puerto Rico, Sudafrica e Ucraina.

Lucien van der Walt

Traduzione a cura di FdCA – Ufficio Relazioni Internazionali.
Article first published in “Direkte Aktion”, no. 209, gennaio-febbraio 2012.
Note:

1. Chris Day: The Historical Failure of Anarchism: implications for the future of the revolutionary project. Kasama Essays for Discussion, 2009 [1996] (online in formato PDF), p. 5.
2. John Crump: Anarchism and Nationalism in East Asia. Anarchist Studies 4 (1), 1996, p. 60.
3. Fino a poco tempo fa l’opera di riferimento della storia anarchica in lingua inglese era Peter Marshall’s Demanding the Impossible: a history of anarchism. di Peter Marshall’s (Fontana Press, 1993). Il libro dedica al mondo “non occidentale” 33 delle sue 306 pagine, che sono peraltro schematiche e a volte inesatte.
4. Murray Bookchin: Nationalism and the National Question. Society and Nature 2 (2), 1994, pp. 8-36.
5. George Woodcock: Anarchism: a history of libertarian ideas and movements. University of Toronto Press, 2004, S. 408.
6. Arif Dirlik: Anarchism in the Chinese Revolution. University of California Press, 1991, S. 15, 27, 170; Arif Dirlik: The Origins of Chinese Communism.Oxford University Press, 1989, pp. 214-215.
7. D.T.K Kim, R.S. Malhl: Malaysia: Chinese anarchists started trade unions, The Sunday Star, 12.09.1993.
8. J.W.F. Dulles: Anarchists and Communists in Brazil, 1900-1935. University of Texas Press, 1973, pp. 87-90.

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